Nel periodo moderno per il piccolo centro inizia una graduale perdita di importanza. Infatti nel secolo XV la zona frentana è molto disabitata in conseguenza di pestilenze e gravi eventi naturali,  che quasi tutti gli autori di storia del Mezzogiorno ricordano ampiamente.

Si ha notizia di un disastroso terremoto che colpì in special modo il Regno napoletano. Raffaele Colapietra, in  Il ‘400 in Abruzzo e in Molise nel VI volume della  Storia del Mezzogiorno (cit.,pp.55-56), così ne parla: ”L’anno 1456  è  peraltro  ben  altrimenti  memorabile sotto l’angolazione ambientale e culturale della storia delle nostre regioni per il grande terremoto della notte di S.Barbara, il 4 dicembre, che sconvolse letteralmente l’amplissima zona che ne costituì l’epicentro tra Caramanico ..., Benevento e Campobasso...In verità le testimonianze sono quanto di più agghiacciante e catastrofico si possa immaginare: 625 morti a Lanciano, quindi circa un sesto della popolazione, 433 ad Ortona, circa 300 a Vasto, ...1313 morti a Larino...”.

L’Antinori invece negli Annali degli Abruzzi, nel XV volume, all’anno 1456 così riporta:”Il terremoto de 5 di dicembre tre ore prima di giorno, e che rovinò in parte con morte di uomini, molte città, e terre per lo che molti lasciarono le case ed andarono ad abitare nella campagna, danneggiò non poco Lanciano, Fossacieca, Turino, Paglieta, altri Castelli d’intorno, e il Monistero di S.Giovanni in Venere, di cui furono vicine a rovinare le ali laterali della Chiesa”.

Il Muratori nel tomo XXI  (anni 1421-1480) dei suoi  Annali d’Italia così riporta:”Nel dì 5 di dicembre (1456), e in altri susseguenti giorni un sì terribil tremuoto scosse la terra nel Regno di Napoli, che fu creduto di non essersi da più secoli indietro provato un somigliante eccidio in quelle contrade...Le persone morte sotto le rovine chi le fece ascendere sino a centomila, con esserne perite nella sola città di Napoli, per attestato d’alcuni, venti, o trentamila” (vol.31,pp.514-15, Venezia 1790).

Il piccolo centro di S.Maria Imbaro, per la stessa luttuosa circostanza, è ricordato dal Bocache nei suoi Manoscritti. Egli riporta che “l’anno 1456 essendo avvenuto a dì 4 novembre (sic) ad ore 11 l’orribile terremoto che durò co’ suoi sussulti per 24 giorni si vide questa villa interamente adeguata al suolo colla morte della metà dei suoi abitatori e molti altri feriti, motivo per cui anche la vicina chiesa  di  S.Maria in Baro  ne risentì inevitabile detrimento in specialità la sua torre campanaria”.

Ma forse la nostra Regione, che oltre a questo terremoto in quell’anno già aveva dovuto sopportare una terribile pestilenza, fu fortunata. Infatti continuando a sfogliare l’Antinori nell’anno 1464 troviamo questa notizia:”Da che l’Imperadore dei Turchi, presa Costantinopoli si rivolse ad occupare Scutari Città dell’Albania nella Dalmazia, avevano gli abitatori della Provincia atterriti, incominciate numerose emigrazioni in Italia. Ne erano provvenute così popolazioni di vari castelli nelle Diocesi di Larino,e di Termoli,e ne provenivano tuttavia dalle altre ne’ luoghi tra i fiumi Senella, e Sangro. Risorsero per tale occasione le Ville Cupello ed Alfonsina; e  nel  territorio di Lanciano Stanazzo, S.Maria in Bari, e Scorciosa, come pure in quello di Ortona Caldara. Quei nuovi ospiti, e le Ville stesse furono dal volgo denominate degli Albanesi,o pure degli Schiavoni. Sulle prime, anzi per qualche lungo tratto ebbero solamente casucce di legni,e di canne,o anche di paglie,e crete. Cominciarono con qualche miglior comodità, e con possesso di vari generi di beni,e non inferiori in ciò  agl’Italiani. Anche in Lanciano passarono alcuni de’ più ricchi,o da Epiro direttamente,o da Castelli o ville dopo la prima posa a foggia di erranti, per vaghezza di migliore abitazione. In breve alcuni luoghi, o inculti nei campi, o preso che disabitati divennero per essi frequentati”.

Il Colapietra (Il Quattrocento nell’Abruzzo ed in Molise,cit.,pp. 63-64) così commenta:”Anche qui...attribuendosi a ciascun nuovo abitante ‘un conveniente casalino et certa quantità di terreno per seminare e fare vigna’ e sfruttando quanto meno ambientalmente l’immigrazione schiavona ed albanese che andava ripopolando la zona devastata dal terremoto. Questo flusso migratorio negli anni Sessanta si era largamente diffuso in Abruzzo Citra,dando vita a San Salvo, Cupello e Villalfonsina a ridosso del Trigno, alla futura Mozzagrogna ed a Villa Stanazzo nell’agro di Lanciano, alle ville Iubatti, Rogatti ed altre in quello di Ortona e a nord di Pescara aveva ripopolato Silvi e fondata Villa Bozza”.

“Ma - come afferma il Marciani in  La popolazione a Lanciano dal 1447 al 1860 in Scritti di storia (vol.I, Lanciano, R.Carabba) - la zona frentana, dotata di buona vitalità, seppe sempre affrontare virilmente tali calamità. Difatti risale alla seconda metà del XV secolo, e cioè all’epoca  della  forte scossa tellurica,  l’immigrazione  a  Lanciano e nella campagna circostante di grandi masse di Schiavoni. Di essi buon numero fu concentrato nella parrocchia di S.Nicola di Lanciano, parte andò a formare i villaggi di Mozzagrogna (appunto da loro detto degli Schiavoni) e di Stanazzo così denominato dalla parola stanica (pronunciata stanitsa) che vuol dire ‘stazione”.

Il piccolo centro di S.Maria Imbaro rimase pressoché deserto, tanto è vero che, sempre secondo il Bocache:”...venuti i Schiavoni ad abitare nel territorio lancianese ed essendosi ad essi assegnati i terreni ove oggi si vede impiantata la nuova, quivi edificassero  delle capanne in unione  co’ suoi abitatori,la riducessero in seguito a poco a poco nello stato in cui oggi si vede”.

Teniamo presente che il Bocache compilava i suoi Manoscritti intorno al 1800. La popolazione di S.Maria Imbaro intorno al XVI secolo viene calcolata tra i 13 e i 21 “fuochi”, corrispondenti all’incirca ad un centinaio di abitanti.

In questo periodo e precisamente nel 1515 viene fondata la Diocesi di Lanciano e S.Maria Imbaro passa tra i suoi possedimenti. Questo  porta alla perdita completa della sua autonomia, anche se la cittadinanza non rinuncia a protestare per i “pagamenti regi”. Prova di questo in una notizia riportata in Il Libro di memorie di A. L. Antinori nella Biblioteca Diocesana  di Lanciano <secoli XI-XVIII> (a cura di M. Scioli,L’Aquila,Deputazione Abruzzese di Storia Patria,1995,I,n.330, pp.349):“Provisioni di camera dirette al capitano di Lanciano con cui si dice essere state spedite lettere alla Città  nelle quali si diceva che le ville di essa avevano esposto d’essere dalla città molestate a contribuire a’ pagamenti regi,fiscali e pesi straordinari anche per gli stabili che possedono nel loro distretto onde erano gravati di doppio peso pagando esse alla corte i pesi separatamente come le altre ville e terre del Regno. E,domandando giustizia,si era dalla Camera riconosciuto il conto di Luca Andrea Arcuccio tesoriere di questa provincia dell’anno della quinta indizione dal quale appariva che le ville  de’ Schiavoni  di Lanciano pagavano separatamente dalla città,onde non dovevano contribuire ad essa come benitenenti. Aveva perciò,la Camera ordinato che non fossero molestate  e restituita qualunque esazione  o esecuzione. Dato in Napoli a’ 16 aprile 1548 e sottoscritta da Francesco Reverterio luogotenente. Seguono i nomi delle ville: Stanazzo, Scorciosa, Cotellessa, Villa di Giovanni Grande, Villa di Tuccio Ciacio, Villa di Pietra Costantina e Ville di Antonio Gentile, di Scipio di Caramanico, di Notar Guidone, di Paolessa, di Giovanni d’Elena, di Giorgio Bellamadonna, di Santa Maria in Mare, di Canaparo, di Lazaro, di Guastameroli (sono sedici). Si soggiunge  che  la  Città  aveva opposte molte ragioni, le quali dalla Camera discusse,aveva provveduto che gli Schiavoni abitanti in quelle ville site in territorio di Lanciano, per i beni che possedevano,dovessero in essa contribuire come benetenenti,onde esso governatore gli costringesse come gli altri forastieri,anche pel passato,per possedere in territorio della città. Dato in Napoli a’ 27 giugno 1548. E,dopo la data,che non si procedesse per lo passato senza prima liquidare il dovuto. Registrata in partium 25, folio 174. E perché il capitano non intendeva  di  osservare  sotto  pretesto  d’altre  lettere  di  Camera a lui dirette con memoriale di Francesco Riccio di Tappia abitante in Lanciano che aveva esposto aver lite con  essa  città  pel suo feudo inabitato detto Castro Irli a’ confini di Lanciano,per cui stavano prigioni alcuni schiavoni,pretendendo la città farlo pagare e contribuire  a Lanciano per quel territorio feudale,al che era stato provveduto dalla Camera che durante la lite in essa non fosse molestato il Tappia,né i lavoratori del suffeudo,e scarcerare i prigioni e monire la città e i gabellotti a comparire fra due mesi in camera per avere giustizia. Dato in Napoli a’ 7 luglio 1548 e intimate al governatore a’ 16 di quel mese ed eseguite colla scarcerazione de’ lavoratori.Ed essendo quello sponente partito, gli aveva nuovamente carcerati incorrendo, perciò, nella pena, onde con nuovo ordine la Camera gli aveva fatti scarcerare e chiamato il governatore a comparire per la pena incorsa. Dato in Napoli a’ 24 novembre 1548. Stante tale relazione, perché nelle nuove lettere non si parlava di derogazione alle prime,ordinava che,ad istanza della città,non ostante quelle de’ 24 novembre, dovesse fare osservare le spedite a’ 27 giugno. Dato in Napoli a’ 14 maggio 1550 e sottoscritta dal Revertero presso Giovan Paolo Cristo, maestro degli atti”.

Tra provvisioni, ordini, opposizioni e contrordini non è agevole capire quale sia stata la sentenza definitva emessa dalla Regia Camera della Sommaria. Forse, o soprattutto, per il regesto estremamente farraginoso.

In questo periodo di Santa Maria Imbaro si perde addirittura la conoscenza dell’antico nome, come abbiamo visto in questo documento dove è chiamato Santa Maria in Mare; esso diventa di volta in volta: S.Maria Arabaro, Villa Santa Maria a Mare, e altri rimanendo confusa fra le tante “ville” del contado lancianese.

Per quanto riguarda lo stato civile della villa essa “si trova interamente posseduta dalla illustre famiglia de Vicenda. Questa famiglia in comune la possiede fin dall’anno 1562 perché a 25 settembre D.Riccio de Vicenda, e Domenico, e Guidone de Vicenda da Lanciano, fratelli tutti carnali ne fecero la divisione fra loro. A lo primo toccò la metà della villa confinante Tommaso Sbitto, Bucciarello di Bucciarello, S.Lorenzo, la via che vassi a Torino, S.Maria in Baro ed altri; il resto poi ed altro di detta villa toccò a’ secondi”, come riferisce il Bocache nei suoi Manoscritti. La famiglia De Vicenda, è identificabile con i De Vicendis, illustre famiglia lancianese, riportata anche ne Il Libro di Memorie di A.L.Antinori già citato.

Anche la chiesa perde la sua importanza e i 12 Canonicati col titolo di S.Maria In Baro passano in appartenza al Capitolo della Cattedrale di Maria SS.del Ponte di Lanciano. Questo passaggio fu ordinato dall’Arcivescovo Marini che “in S.Visita nell’anno 1562 ordinò che detti canonicati dovessero appartenere al Capitolo”. Vi fu una certa resistenza, ma fu confermato nel 1581 dall’Arcivescovo Bolognino e  ratificato dall’Arcivescovo Paolo Fossa eletto il 15 gennaio 1589.

La storia della campana trafugata dai Lancianesi dovrebbe risalire all’anno 1607, anno della morte dell’Arcivescovo Paolo Fossa. Questa, secondo il Bocache, fu “trasferita in Lanciano ed era quella volgarmente detta de’ Turchi che stava sospesa  al finestrone ad oriente del campanile della S.Casa del Ponte contro alla campana maggiore”. Comunque sempre il Bocache più avanti: “Nell’anno 1607 vedendosi le ville spogliate di una campana rispettabile rivolevano farne un’altra dello stesso calibro ed in fatti raccolte per alcuni anni copiose limosine per mezzo de’ Mastrogiurati delle due ville, nell’anno 1617...fu colata la campana predetta e fu con piacere universale sospesa nella torre di S.Maria in Baro”.

Ne Il Libro di memorie di A.L.Antinori, già citato, è riportata una notizia di compravendita nel territorio di Santa Maria Imbaro, che riteniamo utile riportare, anche per documentare il valore della terra nel fertile territorio del piccolo paese:“Nel 1612, del re Filippo 14,a’ 23 decembre ind.10 in Lanciano notar Silverio de Blasiis roga istrumento col quale don Pietro Francesco Marchese napolitano, abate di Santa Maria Nova,col convento,asserisce essere stato da’ predecessori alienato un terreno di salme 4 in territorio di Lanciano,contrada di Santa Maria in Baro,giusta i beni di Scipione Bucciarello e di Alessandro di Rado,la boragine ed i beni di San Lorenzo,per ducati 90 ad Andrea Sbitti per annuo censo,come da istrumento rogato per mano di detto notaro a’ 10 novembre 1611, il tenore del quale si inserisce; e per varie difficoltà si ratifica detto istrumento (vol.II, n.340,p.737).

Il nuovo Arcivescovo di Lanciano, Mons.Galatina, giunge in visita ad limina “A’ 8 gennaro 1617 visita della villa di Santa Maria in Baro. Chiesa di Santa Maria fra essa e la villa di Pietra Costantina (da : Il Libro di memorie di A.L.Antinori nella Biblioteca Diocesana di Lanciano <secoli XI-XVIII>,cit.,I,p.138):
“Orazio di Paola cappellano e rettore,battisterio. Altar maggiore di Santa Maria in Baro, beneficio rurale del capitolo di Lanciano; altare dell’Assunta che si dice fatto da’ procuratori della chiesa e da altri da’ massari (Uno o due massari,detti anche sindaci,ed un mastrogiurato eletti dal parlamento generale curavano la gestione e la amministrazione delle Università minori).
Campanile con una campana.
Chiesa di San Rocco dove si conserva il Sagramento; una campana.
Inventario de’ mobili di Santa Maria Imbaro.
Conti de’ procuratori di dette chiese”.

Tra il 1619 e il 1629 vi fu la disputa tra la chiesa di S.Maria Imbaro e la chiesa di S.Rocco in Mozzagrogna per la custodia del SS.mo Sacramento. La disputa fu risolta da Mons.Gervasio nel 1629 il quale assegnò la custodia del SS.mo Sacramento ad entrambe le chiese, conferendo “a Biagio di Mila d’Arielli la parochiale di Santa Maria in Baro e di San Rocco in Pietra Costantina di Schiavoni a titolo di vicario curato” e “Costituisce Simeone Pellicciaro di Pietra Costantina in diacono selvaggio nella chiesa parrochiale di San Rocco suddetto,25 ottobre 1629;altro in Santa Maria in Baro, 29 marzo 1630” (Il Libro di memorie di A.L. Antinori,cit.,f.137,  e 139,pp.56-57).

Nel 1703, secondo il Bocache, divenne arciprete di S.Maria Imbaro don Girolamo Franchi di Arielli il quale fece scavare il “pozzo di acqua dolcissima nel giardinetto  ad oriente prossimo alla Chiesa”. Il 28 novembre 1760 prese possesso della chiesa don Anastasio Petragnani il quale “anche a sue spese fece alcune migliorie e governò quella chiesa con molto zelo”.

Dovrebbe risalire a questo periodo la statua della Madonna venerata nella chiesa, di tipo molto particolare con il Bambino posto sulle ginocchia della Madre, che risulta essere del tipo “a conocchia”, cioè formato di un panno imbevuto di gesso dipinto e paludato intorno ad un’anima centrale costituita da un palo sormontato da una maschera raffigurante il volto, tipo di costruzione delle statue molto in auge nella seconda metà del Settecento.

Anche l’altare del Santuario, con finte colonne marmoree sormontate da angioletti con al centro una figura vescovile (forse S.Casimiro <Cracovia 1458 - Grodno 1484>, figlio di Casimiro IV re di Polonia. Nel 1471 disputò inutilmente il trono d’Ungheria a Mattia Corvino. Governatore della Lituania, si dedicò ad opere di pietà e d’austera penitenza. Canonizzato da Papa Leone X <1521>; è il santo patrono della Lituania. Festa, 4 marzo, che comunque non risulta Vescovo),  risale a questo periodo.

Vi è conservato anche un Crocifisso, che per le sue caratteristiche, l’estensore di queste notizie, che certamente non è uno storico dell’arte, tenderebbe ad attribuire ad una scuola medievale abruzzese (forse XIII sec.).

Con la cura di don Anastasio la chiesa di S.Maria Imbaro si affrancò  dal Capitolo di Lanciano,  che fino ad allora, dal 1562, vantava il diritto alle elemosine e a questo rimase il solo diritto di dire messa privata il 4 di marzo, festa di S.Casimiro. Questo era il giorno  di festa patronale,ma come dice il  Bocache, “i  naturali  celebravano   con  pompa  e processione questa festività la seconda domenica di agosto annualmente”.

Con l’affrancamento dal Capitolo di Lanciano la popolazione riprese il diritto di nominare il futuro arciprete.

Riportiamo   un elenco,  molto  probabilmente  incompleto,  dei   Rettori  della chiesa di S.Maria Imbaro, tratto dai Manoscritti del Bocache, che comincia le sue citazioni dall’anno 1278, dopo aver registrato la conferma dell’appartenenza di detta chiesa alla diocesi teatina a Bartolomeo Vescovo di Chieti da parte del Pontefice Innocenzo III avvenuta nell’anno 1208, quando, riportando che:“...avendo il cittadino Amato de Cetonis con suo testamento beneficiato  la  predetta chiesa di S.Maria in Baro e per essa i chierici costà esistenti sotto il loro Rettore Antonio, fu dichiarato che i 12 canonici,che servivano alla  stessa chiesa,ed all’amministrazione de’ sacramenti della sua villa, come da immemorabile sempre erano stati...”.
 Questo è l’elenco che se ne ricava:
  1278 Antonio........
  1294 Federico di Letto, eletto vescovo di Sulmona
  1319 Giacomo di Nicola di Lanciano
  1532 Tommaso di Bucchianico
  1536 Angelo.........
  1547 morte di Domenico di Monte Odorisio
  1547 Angelo de Pubeis
  1569 Gio.Camillo Macciocchino canonico
   Gio.Tommaso di Gio.Battista canonico
   Antonio Cannella arciprete canonico
  1570 Gio.Tommaso Mancini
  1593 Andrea di Turino
  1602 Orazio de Paola
  1603 Prospero del Franciosa di Gissi
  1609 Mario di Mazzino di Treglio
  1611 Isidoro de Bucacio di Lanciano
  1617 Orazio de Paola
  1624 Scipio de Scipiis
  1630 Biagio di Mila di Arielli
  1682 Domenico Staniscia Nola
  1703 Girolamo Franchi di Arielli
  1760 Anastasio Petragnani
  1790 Luigi Peschiola (sic; altri Peschio)
  1799 Eduardo Antonacci di Fossaceca.

E qui finiscono quelli ricordati dal Bocache nei suoi Manoscritti. Ricordiamo che il Bocache cita l’Antonacci come “l’attuale arciprete”.
Tra i fogli dei registri ritrovati in Parrocchia, il parroco Don Giovanni Sanginario aveva evidenziato dei timbri risalenti al XVII-XVIII secolo.
Nella torre campanaria, nella parte posteriore, è inserita una pietra con una iscrizione dell’anno 1840. Essa dice:

D.     O.    M.
Quae Templo Turris Divae jam sacra Maria
Imbaro assurgit diruta pene fuit.
Sed renovata pio Parochi Populique labore,
Æreque collato, pulchrior ipsa manet
Anno Dñi MDCCCXL
la traduzione della quale dovrebbe essere:
Al Dio Ottimo e Massimo
Questa torre con tempio che alla sacra Divina Maria
Imbaro fu eretta, pressoché distrutta è stata.
Ma rinnovata con pietosa fatica dal Parroco e dal Popolo,
con denaro raccolto, più bella essa rimane.
Nell’anno del Signore 1840
 
Non sappiamo il nome del Parroco che ha fatto fare i lavori, ma presumibilmente questi hanno riguardato in special modo la torre campanaria.

Di questi anni inoltre, conservati nell’Archivio di Stato di Chieti, abbiamo documenti con la specifica degli introiti del Monte Frumentario con i procuratori legali  che lo amministravano e tra questi Pietro Piccirilli nel 1773,  Pasquale di Millo Di Rado nel 1777, Berardino di Marco Di Rado nel 1779, Giuseppe di Stefano Di Rado nel 1780, Urbano D’Ortona nel 1781, Giovanni di Pietro Di Rado nel 1782.

Nel 1785 era Mastrogiurato Falco Iovizzi, nel 1793 Casimiro Di Rado, nel 1799 Andrea D’Ortona, come risulta da un documento  conservato nell’Archivio di  Stato di Napoli, in cui, dopo l’esaltante esperienza della Repubblica partenopea del 1799, tutti in Abruzzo e negli altri luoghi del Regno si affrettarono a documentare il loro attaccamento ai Borboni  tornati con Ferdinando IV sul trono.

Tra questi anche i Governatori di Mozzagrogna, Pietra Costantina e S.Maria Imbaro, rispettivamente Angelo Luciani, Biase Di Iorio e Andrea D’Ortona.

Mozzagrogna, Pietra Costantina e S.Maria Imbaro, che non formavano comune, ma erano incluse tra le ville gravitanti intorno a Lanciano, forse non avevano molto da farsi perdonare.

Luigi Coppa-Zuccari, nel 1928, pubblicava un’interessantissima opera intitolata L’invasione francese  negli Abruzzi (1798-1810). Questa è divisa in quattro tomi. I primi due di essi parlano della zona frentana, gli ultimi due parlano del teramano.

Nel I volume è pubblicata una Cronaca degli Abruzzi 1798-1808 con appendice intorno agli anni 1820-21, di Uomobono delle Bocache con note, aggiunte e note critiche ad illustrazione della “Cronaca” a cura dello stesso Coppa-Zuccari, mentre nel II volume, sempre a cura dello stesso, sono pubblicati i Documenti (estratti di archivi, di biblioteche, di diari, di scrittori,ecc.) e un utilissimo Indice Generale Analitico. Di questa opera ci siamo largamente serviti; da essa riportiamo tutto quello che riguarda Santa Maria Imbaro per il periodo indicato nei titoli.

Nel I volume all’Agg.55  (pp.876-77) è così riportato:“Santa Maria in Baro è oggi un comune a sé. E’ sito su di un colle e prese nome dall’antichissima chiesa vicina della quale si ha memoria fin dall’anno 1059, in cui la ‘plebs Sanctae Mariae in Bari’ fu confermata da Niccolò II al Vescovo  di  Chieti,  Attone. Essa  doveva  avere una certa importanza, giacché vi ufficiava un corpo canonicale. Oggi la parrocchia è stata trasferita in una nuova chiesa edificata nell’interno del paese e dedicata a San Giuseppe. Santa Maria in Baro ha  una popolazione di un migliaio di abitanti”.

Parlando più specificatamente delle condizioni politiche il Bocache alle pp.112-113 della sua cronaca riporta:”La municipalità di Lanciano alla quale erano ben note se non in tutto, almeno in parte queste mosse (ci si riferisce ai movimenti organizzati dai Borboni per la riconquista del Regno), viveva con la massima cautela e riserba  non sapendo come sostenersi  all’urto di una forza  così imponente; chepperò la mattina delli 5 febbraio 1799 avvisata  che già  le masse aveano preso  la strada delle ville (col nome generico di ville erano indicati gli attuali comuni di Santa Maria in Baro,  Mozzagrogna e la frazione di Romagnoli, che nel 1799  e  fino  a  circa il 1874 formavano una parrocchia sola. Altre ville circondano Lanciano e sono: Villa Martelli, Villa Stanazzo, Villa Andreoli, Villa Carminello: esse formavano parte del territorio del comune di Lanciano), e che dovevano rivoluzionare la città, stimò bene levare i libri,  e molte carte dal luogo ove era la residenza de’ municipalisti, nascondere le armi, e passare parola tra’ galantuomini di noccardarsi per  il re aspettando l’esito di questo incontro, ritirandosi tutti nelle proprie case. Ad ora di pranzo poco prima del mezzo giorno stando Lanciano nel massimo della quiete e del buon ordine, all’improvviso comparvero nella piazza di essa molti popolari uniti ed insigniti di noccarde rosse,menando festa e gridando “Viva il re!”. Velocemente si avviarono al Collegio delle Scuole Pie ove si era eretto il tribunale della municipalità, scassarono le porte,fecero a stracci la bandiera tricolore che sventolava in una di quelle finestre, lacerarono tutte le carte  e libri rimasti del passato governo repubblicano, ruppero le panche, i tavolini, e le sedie che vi erano, e andati  al  Civile  presero  le  due  bandiere  della  città  fregiate dello stemma reale le portarono in giro per tutta la città gridando  Viva il re, viva il popolo. Non tardò molto,  e  si  ebbe  avviso che  dalla parte della Conicella  venivano numerose masse  delle ville di Santa Maria in Baro,  delli Schiavoni e di altri luoghi e subito furono accolte, e nel mezzo della piazza anche benedetti con la Santa Spina portata da un canonico con decente apparato”.

A p.122 ancora:“Egli (il sig.Giordani riconosciuto dalle masse per capo dipartimento, n.d.r.) procurò che non si eseguisse il crudele saccheggio al palazzo de’ baroni Gigliani (La famiglia Gigliani, nobilissima e ricchissima,oriunda di Agnone,si trasferì in Lanciano in seguito al matrimonio di un membro di essa con una donna dell’antica famiglia Fiore, lancianese.Il palazzo Gigliani trovasi in Lanciano vecchio, in via dei Frentani) già premeditato dalle masse di Santa Maria In Baro; e quindi perché doveva essere risponsabile alle disposizioni date dal Pronio..., sollecitò  le masse straniere a partire per la Guardiagrele dando loro cappelli, scarpe, e denari lasciando spurgata  la città  da  una manica d’uomini male intenzionati e protervi”.

A pagina 384 il Bocache narra:”La sera de’ 25 agosto corrente circa le ore 23 (cioé le 6 e 17 di sera, n.d.r.) avvenne nella prossima villa di Santa Maria in Baro  il  detestabile massacro di quel religioso umanissimo arciprete D.Luigi Peschio,abbenché non avesse dato disgusto a veruno,anzi per avere ottenuto il perdono dal comandante francese a favore di dette ville nell’antipassata insurgenza”.Il Coppa-Zuccari, in merito, nel II volume a p.556 al Documento CDI, riporta dai Manoscritti inediti del Bocache (p.126 retro), il seguente racconto:“Il sovrano in data li 12 dicembre predetto anno 1785 con suo real dispaccio ordinò  l’assegnamento delli ducati 100 oltre i diritti di stola, e che le ville a di loro spese dovessero mantenere un economo coadjutore del quale potesse avvalersene l’arciprete in ogni  bisogno della sua cura facendo residenza nella villa Pietra Costantina per comodo maggiore di essa,e della chiesa di Mozzagrogna. Per questo assegnamento di dote e di congrua entrò nel diritto quella popolazione di nominare il futuro arciprete, come in fatti appena  avvenne  la  rinuncia  dell’Andreassi  nominarono a 16 maggio 1790 per di loro arciprete il signor D.Luigi Peschio di Lanciano,il quale fu ricevuto  con tanta festa ed applauso,che mai verun altro ebbe tante accoglienze e dimostrazioni. Questo affabilissimo giovane delizia delle ville, e padre di que’ poverelli, e bisognosi governò quella cura, con tale dolcezza che comunemente era chiamato l’angelo della pace. Tutto e quanto aveva dalla cura, toltone  il  solo  bisogno  per sé,  distribuiva il resto a’ bisognosi, e spesso le volte faceva debiti per improntare diverse somme a favore di que’ naturali gravati da debiti, oppure angustiati da’ creditori. Egli nel tempo della sedicente repubblica con lagrime, stenti e preghiere cercò calmare l’animo del comandante francese, che voleva rovinare le ville per gli enormi delitti, che gli s’imputavano, e fece loro accordare il perdono per puro miracolo, come si disse. Tutte queste di lui lodevoli qualità non l’esentarono nel tempo dell’anarchia, anzi per questa sola di lui beneficenza nel 22 agosto 1799 da pochi figli di perdizione di villa Santa Maria in Baro ad ore 23 essendo stato chiamato ad un infermo in detta villa, e volendo ritornare, fu assalito da questi, uno de’ quali con colpo di fucile lo colpì in un ginocchio; egli inginocchiatosi a terra scongiurava tutti a perdonarlo, e riuscitogli alla meglio salvarsi in una casa contigua, que’ malnati gli corsero dietro, e dentro la casa istessa con barbarie inaudita lo trucidarono con sorpresa de’ buoni, che ne deploravano la perdita, e l’orrendo massacro. Rimasta la villa priva del proprio parroco, ricorsero più volte i buoni dall’arcivescovo D.Francesco Amoroso umilmente insistendo che si degnasse spedire un qualche abile sacerdote al governo delle di loro anime perché v’era bisogno di assistenza a’ moribondi, di battesimo ai bambini, e di stola a’ cadaveri. L’arcivescovo in tempi cotanto critici di accanita anarchia ebbe coraggio alla prime richieste di rimproverar loro l’enorme misfatto dicendogli non meritare più parroco un popolo, che innocentemente a caso pensato dato aveva la morte al proprio parroco; ma finalmente gli fece intendere, che si provvedessero essi provvisoriamente di qualunque sacerdote, perché  avrebbe condisceso per allora a qualunque soggetto; cagion per cui si avvalsero per allora del cittadino sacerdote D.Giovanni De Falcis”.

Ma anche questa parentesi si chiuse e “Nel dì 15 di maggio del corrente anno 1821, si è intimata la gran festa in questa città per lo felice ritorno di Sua Maestà in Napoli” (Bocache, p.723). Un nuovo sconvolgimento si ebbe coll’Unità d’Italia. Nicola Di Tullio nella Introduzione a La battaglia del Sangro (N.Di Tullio, La battaglia del Sangro, Lanciano, Editrice Rocco Carabba,1984) chiosa:”...si avvertirono soprattutto  per i nuovi aggravi che immiserirono ulteriormente la vita dei paesi. Inevitabilmente ricomparve il brigantaggio; le storie dei ‘briganti del 60’ vivacizzarono molti racconti popolari”.

Anche S.Maria Imbaro entrò nella storia del brigantaggio. Infatti sul “Giornale dell’Intendenza dell’Abruzzo Citeriore” leggiamo:"Con proclamazione 14 agosto 1809, ‘sono informati i seguenti briganti che saranno amnistiati, se si presenteranno, entro otto giorni, o al comandante militare, all’intendente, o al sottintendente del distretto’ (tra gli altri,n.d.r.)... Simone di Rado, di S.Maria Imbaro...”, il quale non approfittò dell’offerta in quanto:“Con proclamazione 25 agosto 1809, si mettono a prezzo le vite dei seguenti briganti:...Simone di Rado,di S.Maria Imbaro, per docati trecento...”. La notizia è riportata da Beniamino Costantini (1871-1919), in Carbonari e Preti in Abruzzo dal 1798 al 1860, Cerchio (Aq),Polla 1986. Inoltre si ha notizia che a Chieti “a dì 28 novembre 1861 ad ore 18  morì per mano della giustizia Amadio Giugliano di Santa Maria Imbaro delle Ville di Lanciano, con segni di vero penitente, munito de’ santissimi sacramenti, assistito da Monsignor Bassi, preti ed il Prefetto de’ soppressi Crociferi Fornincasa”.

Nella giurisdizione civile erano intanto sopravvenuti  dei cambiamenti. Al fine di affrancarsi dal Comune di Lanciano  nel 1807 le ville di Mozzagrugno, Pietra Costantina, Santa Vittoria, S.Maria In Baro e Treglio  istituirono il Comune delle Ville di Lanciano. E nel 1816, con decorrenza dal 1 gennaio 1817, Ferdinando IV promulgò la costituzione dell’Abruzzo citeriore e nell’ambito di questi del Comune di S.Maria Imbaro. E' qui possibile scaricare una tabella con l’indicazione del numero dei fuochi  (1 fuoco  = nucleo familiare = circa 4-4,5 persone) e della popolazione residente nella zona frentana, raffrontato con il numero degli abitanti dei giorni nostri.