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Santa Maria Imbaro ha origini antichissime. È sede, infatti, di una chiesa romanica risalente sicuramente all’XI secolo, in quanto una pieve, plebem quoque S.Mariae in Bari, risulta incontestabilmente da un documento pontificio del 1059 conservato nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Chieti, con cui Papa Niccolò II conferma ad Attone Vescovo di Chieti i suoi possedimenti. La dizione S.Maria in Bari è confermata successivamente dalla Ecclesiam S.Mariae in Bari di Pasquale II nel 1115; da Ecclesiam S.Mariae in Bari di Alessandro III nel 1173, da prope Ecclesiam S.Mariae in Baro di Clemente V nel 1371.
Questo per quanto riguarda il periodo altomedievale e quindi le attestazioni pergamenacee, di cui riportiamo le riproduzioni e trascrizioni.
Nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Chieti è conservata anche una pergamena, riportata dal Balducci nel suo Regesto al n.16, con la data 2 ottobre 1148 VII Indizione anche se la pergamena, che riportiamo con la trascrizione, è rotta proprio al posto della data, dove si legge solo “...centesimo quadragesimo octavo” e quindi non si capisce come possa stabilire la data esatta al 2 ottobre, anche se è ipotizzabile che il Balducci, il quale era addetto alla biblioteca della Curia, si sia servito di annotazioni dei suoi predecessori nell’incarico.
Il documento in effetti è un inventario
in cui Ugone, preposto di S.Maria in Baro, fa l’elenco dei beni appartenuti
alla sua chiesa, e da lui recuperati con l’aiuto della Chiesa teatina e
del re Ruggero. Segue la conferma di Carlo arcidiacono teatino, rettore
e amministratore della chiesa di S.Maria in Baro. Questo documento è
esplicativo per il ruolo di S.Maria Imbaro, in quanto conferma la sua importanza
in quella contea. Per capire questa importanza bisogna inquadrarla
nell’epoca storica. Come dice Roberto Paciocco nel suo studio
I rapporti tra autorità regia, istituzioni monastiche e poteri locali
nell’Abruzzo adriatico normanno, quando il 25 luglio del 1139 a Mignano,
Innocenzo II confermò il titolo di re a Ruggero II ed i limiti del
nascente regno normanno furono fissati a Garigliano, il territorio abruzzese
era suddiviso in più centri autonomi di potere detenuti da discendenti
o da accoliti dei primi conquistatori normanni e doveva essere acquistato
alla fedeltà regia. Quindi Ruggero II s'avvalse delle istituzioni
ecclesiastiche per consolidare il suo potere ed affermare la sua autorità
nei territori di recente conquista; si preoccupò di insediare in
essi ai posti di responsabilità uomini a lui fedeli e tra gli altri
sostituì Rustico, Vescovo teatino che era stato confermato da Guglielmo
Conte di Loretello nel 1130, con Roberto, il quale però non fu mai
confermato dalla Curia Pontificia ed è perciò elencato sia
dal Gams che dall’Ughelli come vescovo “eletto”. Nello stesso tempo Ruggiero
II legò a sé, i monasteri di questo territorio quali San
Clemente a Casauria e S. Salvatore a Maiella e tutte le istituzioni ecclesiastiche
che poté. Questo il contesto generale in cui si situa il documento
menzionato relativo a S.Maria Imbaro, dove si specifica chiaramente l’aiuto
ottenuto dal Re per il recupero dei beni di proprietà della chiesa.
Comunque sicuramente il paese ha origini più
antiche in quanto sul suo territorio sono segnalati resti di insediamenti
e di tombe di epoca italica e pre-romana. Si segnalano infatti i resti
di due tombe italiche sul sito del nuovo Municipio, scoperte durante l’escavazione
delle fondazioni e segnalate dall’impresa all’Amministrazione comunale
dell’epoca e da questa fatte frettolosamente cementificare per evitare
il fermo dei lavori. Almeno questo è quanto ci è stato riferito.
Incontestabile, in ogni modo, la presenza dei resti di una villa romana della quale faceva parte un grande impluvium (“lu bagne di lu re” nella fantasiosa tradizione locale) pavimentato in opus spicatum tuttora esistente e purtroppo interrato. Tra i ruderi di questa villa, nel maggio del 1750, fu ritrovata un’epigrafe romana (databile, per l’indicazione inziale D(is) M(anibus) alla fine del I sec. d.C.), successivamente andata perduta, ma attestata dal Mommsen nel Corpus Inscriptionum Latinarum (IX,3004), di cui diamo la riproduzione con la traduzione, che certificava la proprietà della famiglia dei Caesii (da cui l’attuale denominazione di via Gesi della zona del ritrovamento).

