Santa Maria Imbaro, cittadina in provincia di Chieti, risulta composta da un nucleo centrale e da tre contrade (Fattore, Colli, Perilli). Ultimamente è cresciuta un’altra zona, via Piane. Conta circa 1.500 abitanti. S'estende su 6,01 Kmq tra Lanciano e Fossacesia. Come scrive il Giustiniani nel suo Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli del 1804  “è situato in piano, vi si respira buon’aria”. Infatti  è posta su una spianata a 227 m. sul livello del mare, sulla sinistra della lussureggiante vallata del Sangro, a mo’ di balcone, con vista della Majella madre e dell’“amarissimo” mare Adriatico.

Santa Maria Imbaro ha origini  antichissime. È sede, infatti, di una chiesa romanica risalente sicuramente all’XI secolo, in quanto una pieve,  plebem quoque S.Mariae in Bari, risulta incontestabilmente da un documento pontificio del 1059 conservato nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Chieti, con cui Papa Niccolò II conferma ad Attone Vescovo di Chieti i suoi possedimenti. La dizione S.Maria in Bari è confermata successivamente dalla Ecclesiam S.Mariae in Bari di Pasquale II nel 1115; da Ecclesiam S.Mariae in Bari di Alessandro III nel 1173, da  prope Ecclesiam S.Mariae in Baro di Clemente V nel 1371.

Questo per quanto riguarda il periodo altomedievale e quindi le attestazioni pergamenacee, di cui riportiamo le  riproduzioni e trascrizioni.

Nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Chieti è conservata anche una pergamena, riportata dal Balducci nel suo Regesto al n.16, con la data 2 ottobre 1148 VII Indizione anche se la pergamena, che riportiamo con la trascrizione, è rotta proprio al posto della data, dove si legge solo “...centesimo quadragesimo octavo” e quindi non si capisce come possa stabilire la data esatta al 2 ottobre, anche se è ipotizzabile che il Balducci, il quale era addetto alla biblioteca della Curia, si sia servito di annotazioni dei suoi predecessori nell’incarico.

Il documento in effetti è un inventario in cui Ugone, preposto di S.Maria in Baro, fa l’elenco dei beni appartenuti alla sua chiesa, e da lui recuperati con l’aiuto della Chiesa teatina e del re Ruggero. Segue la conferma di Carlo arcidiacono teatino, rettore e amministratore della chiesa di S.Maria in Baro. Questo documento è esplicativo per il ruolo di S.Maria Imbaro, in quanto conferma la sua importanza in quella contea. Per capire questa importanza bisogna inquadrarla  nell’epoca storica. Come  dice Roberto Paciocco nel suo studio I rapporti tra autorità regia, istituzioni monastiche e poteri locali nell’Abruzzo adriatico normanno, quando il 25 luglio del 1139 a Mignano, Innocenzo II confermò il titolo di re a Ruggero II ed i limiti del nascente regno normanno furono fissati a Garigliano, il territorio abruzzese era suddiviso in più centri autonomi di potere detenuti da discendenti o da accoliti dei primi conquistatori normanni e doveva essere acquistato alla fedeltà regia. Quindi Ruggero II s'avvalse delle istituzioni ecclesiastiche per consolidare il suo potere ed affermare la sua autorità nei territori di recente conquista; si preoccupò di insediare in essi ai posti di responsabilità uomini a lui fedeli e tra gli altri sostituì Rustico, Vescovo teatino che era stato confermato da Guglielmo Conte di Loretello nel 1130, con Roberto, il quale però non fu mai confermato dalla Curia Pontificia ed è perciò elencato sia dal Gams che dall’Ughelli come vescovo “eletto”. Nello stesso tempo Ruggiero II legò a sé, i monasteri di questo territorio quali San Clemente a Casauria e S. Salvatore a Maiella e tutte le istituzioni ecclesiastiche che poté. Questo il contesto generale in cui si situa il documento menzionato relativo a S.Maria Imbaro, dove si specifica chiaramente l’aiuto ottenuto dal Re per il recupero dei beni di proprietà della chiesa.
 
Comunque sicuramente il paese ha origini più antiche in quanto  sul suo territorio sono segnalati resti di insediamenti e di tombe di epoca italica e pre-romana. Si segnalano infatti i resti di due tombe italiche sul sito del nuovo Municipio, scoperte durante l’escavazione delle fondazioni e segnalate dall’impresa all’Amministrazione comunale dell’epoca e da questa fatte frettolosamente cementificare per evitare il fermo dei lavori. Almeno questo è quanto ci è stato riferito.

Incontestabile, in ogni modo, la  presenza  dei  resti  di  una  villa  romana  della quale faceva parte un grande impluvium (“lu bagne di lu re” nella fantasiosa tradizione locale) pavimentato in  opus spicatum tuttora esistente e purtroppo interrato. Tra i ruderi di questa villa, nel maggio del 1750, fu ritrovata un’epigrafe  romana (databile, per l’indicazione inziale D(is) M(anibus) alla fine del I sec. d.C.),   successivamente  andata  perduta, ma  attestata  dal Mommsen nel  Corpus Inscriptionum Latinarum (IX,3004), di cui diamo la riproduzione con la traduzione, che certificava la proprietà della famiglia dei Caesii (da cui l’attuale denominazione di via Gesi della zona del ritrovamento).

D(is) [M](anibus).
Flavia Com[ice fec]it L.Caesio Metr[odo]ro coniugi benemer[enti] et Caesia Metrodora [filia] et L.Caesius Metrodorus e[t L.Cae]sius Probus fili fecerunt patri dul[cissim]o et sibi et suis libertis libertab[usque] posterisque eorum.  H(uic).M(onumento). D(olus). M(alus). A(besto).
Agli Dei Mani.
Flavia Comice pose a L.Cesio Metrodoro coniuge meritevole e Cesia Metrodora figlia e L.Cesio Metrodoro e L.Cesio Probo figli  posero al padre dolcissimo e per se e propri liberti e liberte e i loro discendenti. Da questo monumento stia lontano il dolo (cattivo).