L'antico porto di Venere, che forse era solo un approdo, si trovava sotto il promontorio dello stesso nome. In questo piccolo porto, secondo la leggenda, approdò la nave di un ricco mercante romano che, per sciogliere il voto fatto durante una tempesta, eresse un tempio alla Dea; e da questo tempio presero il nome il promontorio, il villaggio vicino (Vicus Veneris) e il porto. Del porto di Venere si parla in modo confuso, tanto da lasciare perplessi se ci si riferisca all'approdo alla foce del Sangro, ad ostium Sangri, oppure a tutta l'insenatura fra la foce dello stesso e il promontorio di Venere. La confusione può derivare dal fatto che a tutti e due i porti fu dato l'appellativo di Venere. Comunque i due porti - essendo vicini - non furono in funzione nello stesso tempo. Particolarmente incerta si presenta la questione quando si considera l'interpretazione data dall'Ughelli al diploma di Enrico III del 1047, nel quale si legge: medietatem portus qui est in Rocca Sangri medietatemque portus qui est in fauce de portu Arnalili. La espressione non è letteralmente precisa ma non è di ostacolo alla comprensione della sostanza del documento, da cui si rileva che Enrico III confermava l'introito del porto di Rocca di Sangro e quello di un altro porto detto di Arnalilo. Ora nascerebbe il dubbio se Enrico III confermasse il reddito di tutta l'insenatura che va dal Sangro a porto Venere e la distinguesse con due nomi: oppure confermasse effettivamente il reddito di quella insenatura aggiungendo anche la metà degli introiti di un altro porto, detto di Arnalilo.

A sciogliere questo dubbio soccorre il Pollidori (De portubus et emporiis Frentanorum) il quale, accennando al diploma di Enrico III, riporta la concessione nel seguente modo: mare cum piscationibus suis et medietatem portus qui est in foro Sangri; medietatemque portus qui est in fauce de portu Gualdi. Con tali parole il Pollidori, pur non dicendolo, ci fa capire che Enrico III concesse oltre quell'insenatura anche un altro porto che nel diploma, interpretato dall'Ughelli, è indicato con la frase de portu Arnalili, e che secondo le parole del Pollidori doveva identificarsi col porto di Gualdo (S.Vito).

Non ci risulta se il Pollidori abbia interpretato il testo del diploma diversamente dall'Ughelli, oppure abbia inteso chiarire il concetto dell'espressione de portu Arnalili con quella de portu Gualdi semplicemente per chiarire meglio i concetti. Noi ci atteniamo al Pollidori anche per il fatto che esso risponde  alla situazione dei luoghi,e riteniamo che de portu Arnalili e de portu Gualdi erano due forme di espressioni dello stesso porto, cioé di quello sito alla foce del Feltrino. Del porto di Venere fanno cenno molte antiche carte. Ne parla il diploma del 973 con cui Trasmondo I dona, fra l'altro,alla badia di S.Giovanni in Venere la metà delle entrate di Porto Venere, e potremmo citare anche un diploma dell'imperatore Giustiniano se non vi fossero motivi seri per ritenerlo apocrifo. Si rileva dal Pollidori, nella dissertazione sugli episcopati, che Odorisio II, il quale fu abate di S.Giovanni in Venere dal 1155 al 1204, in un capitolare relativo alla terra di Rocca S.Giovanni, stabiliva che ogni nave che entrava  nel  porto di Venere  dovesse pagare l'ancoraggio, nello stesso modo  che  erano soliti  pagare  nei  porti  di Termoli  e Ortona  ai  tempi  di  re Guglielmo. Lo stesso Pollidori ricorda che Odorisio II fece costruire le saline del porto di Venere come era provato dal contratto di locazione che di quelle fece l'abate Ottone suo successore.

Per quanto riguarda l'approdo alla foce del Sangro non vi sono molti documenti a testimoniarne l'esistenza, ma sicuramente qualcosa doveva esserci in quanto ne parla sicuramente l'Antinori ricordando le contese per il porto tra Ortona e Lanciano, anche se parla di Porto di Venere alla bocca del Sangro, luogo per altro comodo,ed opportuno. Avendo avuto nel 1400 il divieto di ultimare il porto di San Vito, Lanciano fece, o restaurò, l'approdo alla foce del Sangro, ma poté servirsene per breve tempo, perché nel 1414 gli Ortonesi riuscirono a farne proibire l'uso col pretesto che era lontano dall'abitato e pericoloso per la selva vicina.

La figura di seguito riportata, tratta da Mezzogiorno e pirateria nell’età moderna (secoli XVI-XVIII), di Mirella Mafrici (Pubblicazioni dell’Università degli Studi di Salerno,n.7) edita a Napoli dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1995, proviene  dal  Fondo  Marsili,  ms.3609 della Biblioteca Universitaria di Bologna . Noto come Deniz Kitabi ed attribuito a Sejjd Nuh   mostra le città di Ortona, Chieti e Lanciano con il tratto di costa relativo dove, ai fianchi  di  quella che dovrebbe essere l’indicazione del fiume Sangro si notano due fortificazioni, la prima delle quali dovrebbe essere il porto di S.Vito mentre grosse perplessità suscita la seconda indicazione turrita. Forse si potrebbe attribuire ad una fortificazione scomparsa indicante un insediamento attualmente identificabile in Torino di Sangro Stazione o in Casalbordino Stazione, ma potremmo anche dire che si tratta di una fortificazione a difesa di un eventuale porto sulla riva del Sangro.

Al centro della tavola è la città fortificata di Ortona; a salvaguardia del litorale e dei borghi di Francavilla e di San Vito anche due torri costiere, forse quelle note al Mazzella ed all’Alemanno come le torri Fiumeforo e Cavalluccia. Nell’entroterra, le città di Lanciano e di Chieti.