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Volgeva il terzo anno da che gli Ebrei in Aterno avevano per ischerno rinnovata in un’immagine di cera la passione di Gesù Cristo (l’autore della Leggenda allora vivente segna la data che allude al compimento dell’azione così:”A.1062.Guvernacula sedis Romanae Papa Alexandro inter gravissimos turbines et insidiantium infestationes moderante; Regni autem Romani insigni a victoriosissimo Rege Henrico gestante”. Sono veraci ritratti delle circostanze di quei due sovrani in quest’anno). Era intanto il capo dei complici Samuele venuto a rissa con Abramo pure Giudeo suo convicino, e dopo le parole ignominiose l’aveva ferito. Si aveva Abramo segnato l’affronto; e di là a pochi dì capitato in Aterno Abraamo Eleazario, Giudeo ancora esso, e creditore di Samuele, l’Abramo offeso sfogando con quello l’interna rabbia, non sola-mente gli aveva raccontato i maltrattamenti ricevuti, ma per astio aveva rivelato quanto aveva con altri fatto contro all’immagine del Crocefisso; e come da quello era poi sgorgato sangue. L’Abramo straniero, che per altro si aveva con Samuele pe’ suoi interessi, aveva tenuto il secreto con se e aveva potuto avere quella Lancia, colla quale era stata forata l’immagine. Nel viaggio però sorpreso nell’atto, che commetteva uno stupro con una donna, l’aveva perduta coll’altre robe. S’era Egli ricoverato, se non piuttosto vi era stato condotto a motivo dell’inquisizione di quello stupro, nel Castello di Sette dove faceva sua residenza allora Trasmondo conte Teatino. Le persuasive della moglie, e forse anche il racconto del sangue versato dalla immagine e più le sue disgrazie, lo avevano indotto a divenir Cristiano, come aveva fatto, ed era stato battezzato col nome di Niccolò. Ora in quest’anno alcuni giorni prima della Pasqua il Nuncio del Conte diretto alla Città Aternese, o sia a Pescara, ordinò al Castaldo di riscuotere le solite contribu-zioni, che prestavano i Giudei alla Corte. Il Castaldo o che incon-trasse renitenza, o che altro fosse, citò tutti i Giudei nella seconda feria della Pasca a Sette alla Corte del Conte. Vi andarono quelli senza niun sospetto, e trovato il Conte occupato in altri affari con altri Signori, lungamente aspettarono nel cortile del Palazzo. Avviati finalmente a udienza, viddero fra i molti della Corte quell’Abraamo Giudeo, fatto cristiano, a cui andava ancora debitore Samuele d’alcuni bisanzi, e per essi pochi giorni prima gli erano state sequestrate per ordine del Conte buona parte delle sue robe. Non ebbe la prudenza di dissimulare, e venuto a parole, ingiuriò il creditore col nome di battezzato, che presso di sé corrispondeva a quello di rinnegato. Niccolò vidde allora venuta l’occasione di vendicare colla sua l’ingiuria del Crocifisso, e manifestò quanto aveva lungamente tenuto occulto, rimproverando a lui quanto aveva commesso contro all’immagine tre anni prima. Samuele sfrontata-mente negò; ma Niccolò chiamò in testimonio del fatto Abraamo dal quale disse che l’aveva sentito borbottare tra sé passando avanti l’uscio della casa di lui. Abraamo, per timore della morte, parimenti rispose di non saper nulla, e si venne così a strepito di voci. Accorse il Conte con molti altri, e benché quasi tutti riputassero quell’imputazione piuttosto follia, il Conte con maggior prudenza stimò, che dei Giudei niente si diceva, che non si potesse credere. Fatte cessare le altercazioni e fatti arrestare i Giudei progettò, che per ritrovare la verità, si venisse all’apparimento del duello nel seguente giorno, ed assegnò per esso i testimoni e i Giudici assistenti. Tal’era l’abuso di questo secolo, e si ricorreva a questo che chiamavano Giudizio di Dio, quando era tentazione. Accettarono sulle prime l’accusatore e il testimonio; ma poco dopo Abraamo diffidando di sua coscienza, escogitò una via per evitare il duello, e pregò i compagni ad interporre i famigliari del Conte, e colla promessa di buona somma di denaro, far rivocare l’ordine della pugna, attestando l’innocenza dell’accusato calunniosamente. Il Conte ricusa l’offerta, appunto per quella accrebbe il sospetto della colpa, e si ostinò a volere la pruova dell’armi. Abraamo, che non la potette sfuggire, vi andò all’ora assegnata; ma vi restò vinto, fra le acclamazioni fatte all’avvversario dal popolo. Dalla Corte fu immediatamente spedito Corriero a Pescara, per confiscare le robe dei Giudei. E allorché quelle si trasportavano da uno ad altro luogo fu presa ancora l’ampolla di vetro col sangue senza sapere quello che contenesse. In Sette dai Giudei carcerati per via di tormenti il Conte riseppe al fine la verità, e mentre ciascuno volle scusare se stesso, ciascuno rifuse la colpa sugli altri a segno che tutti si scuoprirono rei. Allora cercò l’ampolla, nella quale avevano confessato d’aver riposto il sangue e minacciato di gravi pene, Samuele confessò, che nel suo compagno l’aveva conservata in un’arca, e che in sua morte l’aveva lasciata ad un suo genero, perché la custodisse, ma non la rivelasse. Non negò il genero indiziato d’avere in sua casa l’ampolla, ma disse di non sapere quello che vi fosse dentro. Andò conseguentemente a Pescara il figlio del Conte a fare la ricerca, e trovò che l’ampolla era pervenuta nelle mani della moglie del Castaldo; dalla quale il giovane se la fece dare, e la portò al Conte suo Padre. Questo voleva per rimuovere ogni ambiguità, che si facesse l’esperienza, e che si ponesse di quelle gocciuole indurite di sangue sulla brace d’un incensiero: il che tentato di fare un Sacerdote, sorpreso immantinente da una caligine d’occhi, cadde a terra svenuto, e vi giacque per qualche spazio di tempo. Da quel segno stimarono verificato d’essere quelle vere gocce di quel sangue miracolosamente versato. Venne poi desiderio al Conte di avere la cera dell’immagine, ed esposti nuovamente i Giudei a tormento, all’ultimo un altro Samuele domandò il permesso di ritornare ad Aterno, sotto specie di fare ivi diligenza, ma conosciuta d’essere un’astuta illusione, e minacciato del patibolo, confessò che l’aveva egli raccomandata in un luogo vicino a Sette ad una donna. Spedita a quella uomo fidato, si trovò la cera. Si ritrovarono ancora per nuove diligenze del Conte e la lancia, e la tavola sulla quale era stata delineata l’immagine, ma carolata, e rosa. Queste due furono riposte nella Chiesa di S.Salvatore sul fiume della Pescara nel propugnacolo, o sia fortino della Città. La Sinagoga dei Giudei fu prestamente cambiata in Chiesa, netto che non fossero le pareti che di segni. Il Sangue rimase in Sette, dove accorsi molti, molti miracoli si viddero operati; e fra gli altri fu liberato un ossesso dal demonio. Né minori ne avvennero nella chiesa Aternense, dove si conservavano e la tavola e la lancia. E perché la novità dell’avvenimento, e la fama dei miracoli si propagò all’intorno vi fu gran concorso di popoli, che con divozione vennero a venerare la sinagoga mutata in chiesa, e denominata la nuova Gerusalemme. Anzi de’ Giudei se ne compunsero dodici, e lasciata la loro superstizione abbracciarono la fede cristiana. Dal Conte si convocarono i Vescovi convicini, ed altri uomini Religiosi per consigliare quello, ch’ei far dovesse dell’ampolla del Sangue miracoloso; ed avuta risposta, che se ne implorasse l’oracolo del Papa, da questo si disse che si riportasse nella Città Aternense nella quale era avvenuto l’attentato, e il miracolo. Molti Prelati adunque, Abati, Religiosi, e Chierici seguiti dal popolo nell’ottava della festa de SS.Apostoli Pietro, e Paolo, vale a dire a 6. di Luglio con quella riverenza, e solennità maggiore che si potette, trasferirono l’ampolla dal Castello di Sette. Il Conte, e la Contessa moglie di lui, che di tutto ebbero la cura, tanto essi, quanto tutti gli altri a piedi nudi associarono la processione; ed avvicinati ad Aterno gli uscirono all’incontro il Clero, e il popolo della Città, e altri molti, che con frequenza grande dall’altra riva del fiume erano accor-si. Gli Ecclesiastici vestiti di sacri paramenti portarono altre reliquie di Santi, e la sopra riferita Lancia. L’ampolla del Sangue fu riposta nella chiesa di S. Salvatore nella sommità della scala di essa, scoperta prima dai Vescovi che vi assistevano, e che con quella benedissero il popolo per divozione, e per tenerezza piangente. Scrisse la storia di tale avvenimento persona che fu presente o al meno poco lontana di luogo, cioè Attone Monaco del Monistero di S.Giovanni ni Venere.
In merito alla narrazione riportata, Domenico Priori nell’articolo Il Castello di Septe sulla Rivista Abruzzese (1958,1,pp.26-29), sostiene che l’ampolla di sangue di cui si parla, è attualmente conservata nella Cattedrale di Chieti in un armadio della Cappella del SS. Sacramento.