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Con atto stipulato tra "Corrado di Buccio di Lanciano Monaco, Procuratore
ed Economo" e i "Nobili Uomini Paoluccio de Cacciaguerri e Maestro Buccio
di Bonitio Sindici di Lanciano" l'11 aprile 1385, nel Castello di Rocca
S.Giovanni, l’Abbazia l'aveva concesso ai Lancianesi in ringraziamento
dell'aiuto prestato da questi contro Ugone Orsini nemico di Giovanni Alanno
Abate del Monastero che, nel 1383 aveva assalito i Castelli di Silvi e
di S.Vito quasi distruggendoli. Aveva poi mosso contro il Monastero, abbandonato
intanto dai Monaci che si erano rifugiati nella Rocca di S. Giovanni. Ugone
trovato deserto il Monastero lo aveva messo a fuoco andando poi ad assediare
la Rocca. In questo frangente i Lancianesi, amici dei convicini Monaci,
avevano radunate buone truppe e con queste avevano costretto Ugone a togliere
l'assedio. Questi poi si era fermato nel Castello di Fossacieca. L'Abate,
che non si riteneva sicuro di questa vicinanza, aveva chiamato di nuovo
i Lancianesi ad aiutarlo. Questi "con truppa di buona gente assediarono
Fossacieca dentro il Castello della quale stava con suo presidio Ugo. Il
maggior numero dei Lancianesi lo costrinse nel terzo assalto a lasciare
il Castello, ed a fuggire con pericolo della vita il 4 di maggio. Così
Fossacieca fu ricuperata,e resa al Monastero. Vi si ritrovò buona
quantità di grani,d'orzi,e di legumi,di molto bestiame quivi trasportato
dalle vicine terre del Monistero. Ugo andò alla Guardia di Grele,
e i Lancianesi lo seguirono, presero il Castello della Guardia, e fugarono
Ugo e i suoi seguaci"
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La concessione, già comprovata poco dopo dal Re Ladislao, fu
convalidata da Papa Bonifacio IX il 13 febbraio 1391. Nel 1393 il Re Ladislao
confermò ai Lancianesi "d'aver Porto in S.Vito".
La concessione del Castello di S.Vito ai Lancianesi fu contestata dall'Abate
di S.Giovanni in Venere Giacomo Capograssi "stimando offeso da' Lancianesi
il diritto del Monistero a 25 di settembre 1404". In questa data
infatti l'Abate impetra da Innocenzo VII un Breve con cui si imponesse
ai Lancianesi di restituire "i Castelli di S.Vito,e di S.Apollinare
con le loro Rocche". Il giudizio susseguente si compose con la convenzione
che Lanciano, per il feudo di S.Vito giustamente posseduto, pagasse al
Monastero "per una volta...trenta ducati veneziani e nell'avvenire undici
per anno”. Per il feudo di S.Apollinare invece, “riconoscendo del
Re la giurisdizione civile,e criminale,e il frutto delle decime del Vescovo
chietino,essendo stato alla Badia trasferito,riservate all'Abate queste
cose,di tutto ciò che per tali nomi avesse la Città arrogato,compensasse
il Monistero".
Mutate forse le condizioni politiche e avendo preso i Lancianesi partito a favore degli Aragonesi ottennero la revoca di quel provvedimento con Privilegio della Regina Giovanna II datato Benevento 10 febbraio 1421 e successivamente da Alfonso,Viceré Reggente, da Stabia il 12 maggio 1422 "nuova facoltà di costruire,di avere Porto proprio,e confinato dal fiume Moro al fiume Asinella con piena giurisdizione sul Castello di S.Vito tenuto dal Monistero di S.Giovanni in Venere sotto certe condizioni. Rammentò quel Re i meriti de Cittadini e il diritto particolare d'avere quel Porto affermando che costava dalle antiche vestigia,e rovine d'essere quivi stato Porto ne' tempi passati,e promise che quel suo privilegio non sarebbe mai stato rivocato,ma sempre difeso interamente". I Lancianesi oltre a chiedere l'autorizzazione alla Corte di Napoli "procurarono ancora l'assenso di Tommaso Mocenigo Doge di Venezia per la Signoria di quella Republica sul mare Adriatico,e l'ottennero il dì 1 di Agosto" (Antinori, vol.XIV,parte I).
Furono cominciati subito i lavori,ma non gradendoli gli Ortonesi diedero inizio a gravi contese. I Lancianesi non ristettero dall'impresa "anzi con maggior ardenza proseguirono l'edificio,e meditando vendetta delle ingiurie inviarono copia maggiore di gente" e furono poste delle sentinelle per evitare sorprese da parte degli Ortonesi. Questi tornarono infatti "a turbar l'opera", ma nella scaramuccia che ne seguì furono messi in fuga, "ma sette di loro rimasero prigioni". Questo scontro diede inizio a tutta una guerra fra le due cittadine. Ma di questo disordine ebbe sentore la Corte ed Alfonso, Viceré del Regno, ordinò che si cessassero le controversie e confermò ai Lancianesi il possesso, promettendo loro che ne avrebbe spedito Privilegio. Per ottenerlo i Lancianesi ricorsero al Conte di Montone Braccio di Fortebraccio. Dietro il pagamento di mille e cento ducati d'oro ottennero quindi "la facoltà di fare il Porto,e che tanto Lanciano,quanto le altre Terre,e Castelle di suo distretto,restassero franchi da qualunque dritto di Gabella,Dogana,e Fondaco in esso Porto alla Corte spettante". Gli Ortonesi comunque non rispettarono quel privilegio e le scaramucce continuarono.
Nel 1426 "a 11 di settembre" giunse a Lanciano il celebre Giovanni da Capestrano, "e per quel desiderio,che nodriva di conciliare gli animi,e di sedar le discordie uditi gli eccidi passati disegnò di impiegarsi tutto a quell'impresa". Avuta dai Lancianesi la dichiarazione di rimettersi a lui, scrisse agli Ortonesi perché facessero altrettanto ed eleggessero dei cittadini deputati con cui egli potesse trattare e offrendo loro un salvacondotto da parte dei Lancianesi. Quelli acconsentirono e deputarono Battista de Bindis da Firenze, Matteo de Sanctis, Niccolò di Stefano Torto, Mascio d'Alessandro di Capova, Antonio Grossi, ed Antonio Torti di Ortona. I Lancianesi intanto avevano delegato Filippo de Ricci, Andrea di Caramanico, Muzio di Antonio di Roberto, il Prete Angelo di Terio, Antonio di Frisa, Angelo di Matteo del Mastro, Angelo di Cecco di Lorenzo, Mascio di Cerio Baccalarotto, Giovan Agostino e Giuliano Chierici di Lanciano. S.Giovanni in Venere, che deteneva ancora il possesso del Castello di S.Vito, era rappresentato dall'Abate Antonio di Letto.
Tutti questi accettarono Giovanni da Capestrano per arbitro e compositore della questione del Porto di San Vito. Questi studiò quindi la questione e il 17 febbraio del 1427 convocò tutti questi delegati in Ortona nella Chiesa di S.Tommaso Apostolo e davanti a molti testimoni tra i quali Francesco de Salimbeni Milite Giustiziere d'Abruzzo Ultra, Francesco ed Ettore de Riccardi di Ortona, Pietro di Giovanni di Caramanico, Matteo di Memmo Sabini di Lanciano,Vinciguerra de Vinciguerri di Ortona e Giuliano Ravegnani di Venezia "invocato l'aiuto della Trinità ed il nome di Gesù definì i seguenti articoli:
-
che le due Comunità fossero ubbedienti e fedeli alla Chiesa Romana,alla
Regina Giovanna II, ed ai successori di Lei nel Regno
di Sicilia da istituirsi e confermarsi dalla Chiesa Romana predetta;
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che si rimettessero vicendevolmente le offese qualsivogliano
fossero state fino a quel giorno per amore, e per bene della pace senza
domandarne soddisfazione o altre solennità
di universale imprecazione dall’una Comunità all'altra;
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che tutte e due,quanto loro spettava vivessero come in corpo collocate
e per segno le loro arme si dipingessero, e scolpissero unite
in un sol campo nei luoghi pubblici, e ne Castelli soggetti; e che
i Lancianesi e del distretto fossero riputati in Ortona ,e sue pertinenze,
come Ortonesi ne consigli,pascoli,imposizioni,e gabelle, e della stessa
maniera gli Ortonesi e del loro distretto in
Lanciano, contribuendo le due Comunità per la difesa di ciascuna,per
mare, o per terra, e coll'aiuto, e col danaro per rata, come fosse una
Comunità sola;
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che gli Ortonesi fossero da quei di Lanciano ammessi
nel Castello di S.Vito, il quale con le sue Torri, Forti, Uomini, rendite,
territori, e pertinenze totalmente fosse comune alle due Comunità,
salvo il diritto del Monistero di S.Giovanni in Venere, all'Abate
del quale comunemente si pagasse il censo;
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che le Torri dentro,e intorno quel castello,e la nuova Torre edificata
alla marina presso la foce del Fiume Feltrino dai Lancianesi fosse custodita,
e mantenuta comunemente,ponendo in essa il Castellano quanto più
presto si poteva con compagni, fra i quali un d'Ortona, e altro di Lanciano,fossero
esattori del passo, dal quale si pagasse il salario del Castellano, e de
custodi mandando il sopravanzo in utile comune dei due Pubblici,
a peso dei quali in quella maniera stessa restasse il supplire. E se mai
fosse stimato utile dopo due anni non più
mantener quella Torre, di concordia, e diliberazione comune
allora, e non prima fosse rovinata; ma se fosse stimato utile di mantenerla,
di farla più alta e più forte, si facesse a spese comuni,e
nella stessa maniera ancora se le mura,Torri,e Forti del Castello di S.Vito
s'avessero a fortificare o a farne altre di nuovo. In esse se si porrà
mai in una Castellano, con Sergenti o siano Compagni in custodia
di Ortona, si porrà nell'altra castellano, con Custo-di di Lanciano.
Quei Castellani abbiano dalle due Comunità autorità
di conoscere sulle liti civili fra gli uomini del castello, e qualora non
fossero idonei le conoscessero gli Ufficiali delle due Comunità;
ma le cause criminali venissero conosciute dal Capitano di Lanciano;
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che tutti i Privilegi, ragioni ed esenzioni dei due Comuni, specialmente
quelli sul Porto rimanessero a ciascuna nel proprio vigore; che i
Lancianesi,ed il distretto,e pertinenze possano fondacare,e sfondacare
tutte le loro mercatanzie e robe nel Porto di Ortona
con quel moderato pagamento, che per simili cose davano gli Ortonesi, fabbricare
in quello una casa per arsenale, fondare macazzeni
da riporre le loro merci, da trasportare con barche di Ortona,o di
Lanciano,dal porto di Ortona fino alla nuova Torre presso il Feltrino.
Ne si abbia a stimare che un porto comune tutto lo spazio fra la Torre,ed
il Porto di Ortona, ed a denominare Porto di Ortona e di Lanciano,
premettendo il nome di Ortona per l’antica dignità
del suo Porto, e perché pello passato era stata Città;
tutto ciò che si pagherà al Fondachiere, e Marigliano del
Porto di Ortona si riceva dal Castellano,il quale perciò sia sempre
Ortonese;
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che le due Comunità ammettano vicendevolmente a pace
tutti quei Signori, e Genti che avevano dato aiuto all'una, e all'altra
delle parti, fra i quali Angelo Orsini, ed Antonio Forolano.
-
E che questo Laudo si abbia a rispettare perpetuamente
sotto grave pena.
Fu accettato dai Sindici,e dall'Abate,e ne segnò il Notajo
Francesco Di Memmo di D.Rosata di Ortona. Tale fu l'istrumento di pace
fra le due comunità,al quale si venne dai Lancianesi per venerazione
di Giovanni da Capestrano,e per assenza di Alfonso d'Aragona dal Regno.
In memoria di questa pace fecero determinazione le due Università
di fabbricare un Convento per ciascuno per istanziare in essi Frati dell'Osservanza,
in Lanciano colla Chiesa di S.Angelo della Pace, in Ortona colla Chiesa
di S.Francesco,i quali furono poi costruiti" (Antinori, vol.XIV,parte
seconda).
Nel 1433 si hanno notizie di ulteriori alterchi sulla questione del
Porto in quanto i Lancianesi ritenevano troppo gravosi per loro i patti
concordati. Si venne ad altra convenzione e dovettero rinunciare a qualunque
ragione avessero e "far promessa di non impetrar mai Privilegio in contrario".
L'Antinori dice testualmente:"Non era dunque durata lungo tempo la concordia
stabilita da Giovanni di Capestrano fra le genti di Lanciano,e di Ortona".
E si giunge così al 1441. Al Re Alfonso d'Aragona che, morta
la Regina Giovanna II nel 1435 era diventato il titolare del Regno napoletano,
era stato inviato dalla Terra di Lanciano "Sindico a fin di ridurre
all'obbedienza di Lui l'Università". Si richiese e si ottenne
la conferma di tutti i privilegi precedenti il 22 gennaio. Ma il 24 gennaio,
"benché sul Porto si fosse dal Re nei Capitoli interloquito,pure
due giorni dopo se ne segnò Diploma speciale" con cui, nella
parte finale, Alfonso "impose perpetuo silenzio a qualunque ragione
contro de' Lancianesi, ed annullò qualsivoglia privilegio,concordia,
transazione,e rinuncia fatta in contraria, supplendo a qualunque difetta
colla pienezza della Potestà Reale". Il Diploma, dietro il pagamento
di duemilacinquecento ducati in mano del Tesoriere Matteo Pujades da parte
di Jacopo de Cilmis di Lanciano, fu confermato nel 1446 dallo stesso Alfonso
che così chiudeva l'atto:"Scrivo il presente alberano sigillato
dal mio Anello,e segnato di mia Mano dal Campo della Selva di Campolongo
presso a Ceperano oggi 10 di Decembre.Alfonso Re" (Antinori,vol.XV,parte
prima).